Sveglia ore 5.30. Sguardi incazzati. Abbiamo dormito in una squallida casetta di uno squallido motel. Abbiamo lasciato accese le due piastre per la cottura nel tentativo disperato e inutile di asciugare i vestiti, le giacche e gli stivali impregnati di acqua.
Ho dormito a intermittenza per il caldo, svegliandomi arso per la sete e non riuscendo più ad addormentarmi, come mi succede in cittá quando sono agitato.
Finiamo la Nugatti Crisp, la Nutella norvegese con il riso soffiato. Indossiamo sacchetti di plastica dentro gli stivali, per resistere all’attacco della tempesta che nel frattempo fuori ha dato inizio alle danze. Ho dormito senza sacco a pelo per il caldo, non ho idea se le lenzuola erano pulite, ma adesso sono madide di sudore, così come la maglietta che indosso. Un risveglio entusiasmante.
Questo ha a che fare con il Rock and Roll, credo.
Partiamo, con un obiettivo in testa: percorrere i 1300 che ci separano da trelleborg, entro le 23. È senza dubbio un obiettivo sfidante, ma è questo il bello.
La giornata trascorre rapida, mentre l’imparziale ma spietato contachilometri aumenta lentamente ma costantemente il conteggio. Un nuovo tipo di muscolo sellare si fa strada dolorosamente tra le nostre fibre, e mentre ci avvicendiamo alla guida, sopportiamo con pazienza le vicissitudini, incapsulando al nostro interno la sofferenza, senza gravare ulteriormente l’uno sull’altra. Questo è magnifico. La viviamo entrambi come una delle nostre avventure, un giorno si potrà farne un fumetto.
Visitiamo a mo’ di Safari la meravigliosa Stockholm, cerchiamo un gancio col Martin, che però non funziona.
Pranziamo in 17 minuti, e mentre digerisco per non addormentarmi canto una via di mezzo tra un blues e un gospel, che fa: “I think I’gonna put myself in a big storm/but I don’t care/Cause I just wanna bring my babe back home” e faccio strada, chilometro dopo chilometro dopo chilometro.
Arriviamo al traghetto con un’ora e mezzo di anticipo e conosciamo Timmy, un motociclista tedesco che ha una pelle di renna sopra la sella e un bastone intagliato che spunta dal bagaglio come una katana. Ha dormito nel bosco, visto le alci, visto Nordkapp quando era un’isola raggiungibile solo con un traghetto e in cui le strade erano mucchi di sassi. E ha partecipato a mille Elefantentreffen, di cui ha conservato la spilla di ogni edizione. E ce lo racconta, una birra dopo l’altra.
Ora sono sdraiato sul pavimento della grandissima nave, tra la sala giochi e il bazar tax free. Persino i piedi della Silvia puzzano una volta tolti i sacchetti. Ma quando dico puzzano mi rendo conto che è impossibile da spiegare. Da buttare via le scarpe. La gente ci passa a fianco schifata, e io sorrido perchè sono così simili a noi di cittá che mi verrebbe da dire loro: guarda che non è così male dormire qui! Poi penso alla puzza di piedi e capisco i loro sguardi di intensa disapprovazione.
Bello dormire per terra, anche se non sembra. Ti fa sentire vivo, una volta ancora, una volta di più.
Animo che aspetto sempre vostre notizie. Adesso sono a St Moritz, ma domattina parto per Lucerna (il 21).
Fatemi sapere ogni tanto dove siete.